"THIS IS BURMA AND IT IS UNLIKE ANY LAND YOU KNOW ABOUT"

È così che Rudyard Kipling introduceva la Birmania nelle sue Letters from the east del 1898. Più di cento anno dopo, la sensazione quando si entra nel paese è ancora quella. Con una storia contemporanea segnata dalla dittatura militare più longeva al mondo, l’apertura delle frontiere è un fatto piuttosto recente. Virtualmente tagliata fuori dal progresso e dalle influenze occidentali, la Birmania è ancora oggi un posto dove la gente si sposta su carretti trainati dai buoi, aratri, camion cinesi degli anni quaranta col motore scoperto e, più generalmente, su mezzi thailandesi con il volante a destra ma su strade con la guida a destra! Sia il cambio di senso di marcia che quello di nome, da Birmania a Myanmar, furono trovate del regime per distanziarsi dagli anni dell’occupazione inglese, finita nel 1948.

imageFuori dai grandi centri le donne fanno ancora il bucato al fiume, l’acqua la si porta in casa al ritmo di due otri alla volta e la corrente elettrica non c’è quasi mai. Persino a Yangoon e Mandalay i black out sono ancora piuttosto comuni, tant’è che quasi tutti i palazzi hanno all’esterno giganteschi generatori a diesel. Anche se internet e cellulari si stanno diffondendo su larga scala, i costi sono ancora un tantino proibitivi: cento dollari per una scheda sim e  una velocità di connessione anni novanta. Agli angoli della strada si incontrano signore che presiedono piccole scrivanie con un telefono sopra. Sono le free lance della cabina telefonica: la gente va da loro per chiamare con qualche moneta.
Il Myanmar è anche un paese abitato da un’enorme varietà di minoranze etniche. Lungo i confini è tutto un fiorire di gruppi tribali che parlano una lingua a se e hanno usi, costumi e religione diversi. Per decenni hanno lottato per l’indipendenza territoriale, andando incontro al pugno duro del regime, ai bagni di sangue e alle persecuzioni. Nonostante la presunta pace attuale, i disordini continuano in varie aree, ovviamente off limits per i turisti. Intere parti del paese sono infatti ancora oggi invalicabili, altre sono appena state aperte e sono raggiungibili solo dopo interminabili combinazioni di autobus, barche e jeep e altre ancora si possono raggiungere solo per via aerea. In ogni caso nessuno sembra in grado di dare informazioni affidabili al riguardo.

imageTuttavia le cose stanno cambiando in Myanmar, e anche piuttosto in fretta. Negli ultimi anni il regime ha finalmente liberato la prigioniera politica e ambasciatrice della Birmania democratica Aung San Suu Kyi, ha organizzato delle pseudo elezioni e ha finalmente accolto alcuni membri dell’opposizione in parlamento. Qualche centinaio di prigionieri politici sono stati rilasciati, anche se altrettanti restano in carcere. I giornali e le riviste passano ancora attraverso le maglie della censura governativa, rendendo impossibile la pubblicazione di qualsiasi cosa più frequente di un settimanale, ma sulla stampa locale si vedono foto della Lady e articoli che parlano di lei. In molti ristoranti si trovano le sue gigantografie e la gente inizia ad avere meno paura.

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Nell’agosto scorso sono state addirittura aperte tre frontiere terrestri con la Thailandia e il visto turistico è ormai di ventotto giorni. Il che ha creato non poche discrepanze con i racconti di viaggio che abbiamo raccolto prima di partire. Chi c’era stato anche solo tre o quattro anni fa lamentava una mancanza di tempo sostanziale e consigliava tutte le esperienze che non aveva potuto fare: trekking di giorni per le campagne intorno a Inle Lake, siti archeologici praticamente irraggiungibili, spostamenti in slow boat di due, tre giorni e così via. Chi c’era appena stato invece sosteneva che fosse complesso sopravvivere al lungo mese del visto, e che il volo di ritorno sembrava non avvicinarsi mai. La verità è che viaggiare in Birmania è faticoso e sfibrante. Le principali località dove vengono spinti i turisti sono solo quattro: le pagode di Bagan, il placido Inle lake, Yangoon e Mandalay. Nonostante questo le lacune nella neonata infrastruttura fanno sì che gli spostamenti siano complessi, con autobus che passano solo una volta al giorno e partono quasi sempre la sera presto, facendo in modo di vomitare comodamente la gente a destinazione tra le due e le cinque del mattino. I prezzi del pernottamento sono duplicati negli ultimi anni a causa delle nuove tasse imposte dal governo, ma la qualità generale delle sistemazioni è penosamente bassa rispetto al resto del sud est asiatico. Una doppia cupa e stretta che in Thailandia o in Cambogia costa al massimo una manciata di dollari in Myanmar ne vale più di venti.

Ma partendo dal presupposto che uno non va in Myanmar per rilassarsi (in teoria neanche per sclerare ventiquattro ore al giorno, ma tant’è) ci sono molti motivi per cui vale la pena di visitare il paese delle pagode dorate.

1.CROSSARE LE FRONTIERE OVERLAND
Attraversare la frontiera da Mae Sot a Myawaddy via terra vuol dire muoversi con altre migliaia di birmani e thai in cammino sul Friendship bridge carichi di bagagli. La catena montuosa che delimita il confine l’abbiamo scavalcata in una macchina da sei, con sette persone a bordo, su uno sterrato a strapiombo dove la circolazione è a senso unico a giorni alterni. Un viaggio della speranza fatto in un’autocolonna infinita di mezzi di ogni tipo ed età, solitamente con un carico grosso due volte il mezzo. Un marasma compatto che si muove a venti allora e che si ferma ogni volta che un camion fa una sosta per raffreddare gomme e motore con la canna dell’acqua.


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2. ‘A GGENTE E LE TRADIZIONI LOCALI
I ghigni rossastri degli uomini, con la bocca sempre piena di betel da masticare. Un misto di erbe e radici dall’effetto simile alla nicotina e un risultato alla Dracula. I sorrisi timidi delle donne, con i loro cappellini di tulle e il viso dipinto col tanaka, il make up tradizionale fatto di corteccia in polvere e aloe, che mantiene fresca la pelle del viso. I bambini che salutano, salutano, salutano. Hello, bye bye, ningalabaaaaaah! La musica che è sempre, dovunque e comunque. Tutti cantano, o ascoltano la radio ad alto volume o pompano nelle casse canzoni tradizionali a beneficio di tutto il villaggio. Il culto del tè e delle tea houses, aperte già alle tre del mattino e che tante volte ci hanno accolto al loro focolare alle prime luci dell’alba. Il tè birmano è spesso allungato col latte condensato e servito con le frittelle calde: roba da far esplodere le coronarie solo a guardarlo.

image3. ALLONTANARSI DAL SENTIERO BATTUTO
Vicino alla frontiera sud con la Thailandia si incontrano le risaie e i pinnacoli di granito di Hpa-an, con le sue caverne tappezzate di Bhudda e i suoi villaggeti sonnacchiosi. Pochissimi turisti e un sacco di atmosfera.
La linea ferroviaria tra Mandalay e Lashio serpeggia per duecentottanta ondeggianti chilometri tra le campagne punteggiate di contadini col cappello a punta e i bambini che vanno a scuola in camicia e lonji verde (il gonnellone tradizionale lungo fino a terra). Le montagne nebbiose sono scavalcate dal viadotto a strapiombo di Goteik, dove il treno rallenta a passo d’uomo.
Assolutamente da non perdere i villaggi tribali del triangolo d’oro, sul confine con Laos e Thailandia del nord, dove il tempo sembra essersi fermato a cento anni fa. Lì le donne Akha portano ancora elaborati copricapi decorati di monete d’argento, mentre quelle Ann sono tutte in nero, bocca compresa, per le spezie che mescolano al betel da masticare.


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4. FARSI NUOVI AMICI
Visto che i turisti si contano sulle dita di una mano, facilmente si rincontrano le stesse persone ovunque. Quando ho passato una giornata da sola a Inle Lake (Andrea era tornato a Bagan per vedere i templi che si era perso causa febbra) ho conosciuto più gente in un giorno che in tutto il mese precedente. Giro del lago in bici, traversata in cinque più le bici su una longtail boat, bagno in mezzo al lago, scalata fino a un monastero di montagna, improbabile degustazione di vini birmani sui colli al tramonto e cena italiana preparata da uno chef locale che ha imparato l’arte da un bolognese di passaggio. Priceless.


imageCi sono anche molti motivi per cui non consiglierei il Myanmar a chiunque non si riconosca nella definizione di viaggiatore hard core:

1. COI SOLDI È UN CASINO
Teoricamente, in Birmania si entra con tutti i contanti necessari per il proprio viaggio. No carte di credito, no traveller’s cheques, no bancomat. Il malloppo deve essere equamente diviso in dollari statunitensi intonsi, nuovi e liscissimi e in Kyat, la moneta locale. E un conto è arrivare dal proprio paese coi dollari in tasca, un altro è cercare di farseli dare in Thailandia con una sola carta di credito in mano. Quindi alza i limiti di prelievo della carta, trova una banca che permetta l’operazione, preleva in baht, cambia in dollari e ricambia la metà in Kyat alla frontiera. E’ stato quindi quell’attimo frustrante scoprire che i tempi sono cambiati e che ormai a Yangoon ci sono i bancomat internazionali e gli alberghi accettano anche i dollari stropicciati.

2. IL PERENNE DISAGIO LOGISTICO
Come quando siamo stati due giorni e una notte sulla chiatta da Bagan a Mandalay, senza libri, carte, cibo o quanto meno cibo commestibile, cesso (a parte un buco nel pavimento a poppa), né sonno. Non che dormire sul ponte sia comodo, ma quando il paesino dove la barca attracca la sera trasmette tre ore di preghiere buddiste all’altoparlante nel cuore della notte, dormire diventa un’utopia.
Oppure le notti insonni tra i viaggi autobus e falò sul ciglio della strada in attesa che le guest houses aprano i battenti. I continui cambi di programma dovuti a complicazioni negli spostamenti, malattie, pioggia o disperazione generalizzata. Le ore passate vagando a Mandalay in cerca di qualcosa di commestibile tra il traffico denso, il buio dei black out e il continuo terrore di finire in una delle tante fogne a cielo aperto che si trovano strategicamente al posto dei marciapiedi. Fare duecento chilometri in treno per andare a fare un trekking poco turistico per essere poi rimbalzati da ventiquattrore di pioggia non stop (nel pieno della stagione secca!) nella ridente Mandalay.


image3. L’inquinamento sonoro sui mezzi pubblici
L’onnipresente TV sui bus di linea, che trasmette giorno e notte telenovelas locali con i protagonisti in longji e tanaka. Oppure varietà lentissimi che includono canti, danze, costumi tradizionali e tristissime gag sottolineate dal sonoro di Paperissima. O meglio ancora i video pop sparati a tutto volume e col testo in sovrimpressione. Coi cantanti fotocopia delle pop star occidentali che si struggono in triangoli d’amore finiti male.


imageInsomma, il Myanmar è un casino. Se andate, andateci preparati. E se siete preparati: siatelo di più. Cercate di stare il più possibile lontano dal sentiero battuto (le coste del sud e i territori del nord ovest sono stati appena aperti) e per l’amor di Dio tenetevi lontani dalle barche!
Un caldo abbraccio dalla coccolosa Thailandia! Presto carico qualcosa sulle verdi e lussureggiante montagne del nord!